Campodimele (LT) il paese della longevità

Campodimele  (LT)  il paese della  longevità
Tra l'indifferenza dell' Amministrazione Comunale, in assenza di controlli, In località Sterza Piana Lenola (LT) ai confini del Parco Naturale dei Monti Aurunci , a meno di trecento metri dalle abitazioni private, i cittadini, tutti i giorni, assistono a questo scempio che rende l'aria irrespirabile con inevitabili conseguenze sulla salute pubblica grazie a questo impianto allocato nel confinante comune di Campodimele

giovedì 16 settembre 2010

Il massacro di Sabra e Chatila




Creato il 16 settembre 2010 da Iside
Tra il 16 e il 18 settembre del 1982 migliaia di palestinesi furono trucidati dalle milizie cristiane libanesi.
La guerra civile libanese che durò dal 1975 al 1990, influì anche sul conflitto palestinese.
Israele sostenne militarmente con armi e addestramenti speciali la comunità cristiana dei maroniti e l’esercito cristiano del Libano del Sud di Sa’d Haddad contro l’Olp e le forze armate siriane.
Chatila venne costruito nel 1949 per i rifugiati della guerra civile, si trova vicino al sobborgo Sabra di Beirut.
Il Sud del Libano era infatti diventato lo scenario in cui continuava il conflitto israeliano-palestinese.
Il 4 giugno 1982, un attentato all’ambasciatore israeliano Shlom Argov, ad opera del gruppo palestinese anti Olp Abu Nidal, fu interpretato come un attacco palestinese.
La guerra si aggravò, due giorni dopo Israele invase il Libano con 60.000 uomini. Motivazione?
Proteggere i propri insediamenti nel nord della Palestina. Ha così inizio l’operazione “Pace in Galilea” che null’altro consisteva se non invadere militarmente il Libano Meridionale, all’epoca il ministro della difesa israeliana era Ariel Sharon.
L’assedio a Beirut da parte degli Israeliani iniziò a metà giugno del 1982 con l’accerchiamento di 15.000 combattenti dell’OLP e dei suoi alleati libanesi e siriani all’interno della città:
Il presidente americano Reagan, all’inizio di luglio inviò Philip Habib e Morris Draoer con l’incarico di risolvere la crisi.
Le trattative erano estenuanti e molto lunghe, complicate dal fatto che gli Israeliani e gli Statunitensi non volevano discutere direttamente con i Palestinesi, i Palestinesi da parte loro asserragliati nella città non volevano abbandonarla, temendo forti ritorsioni da parte dei soldati israeliani e dei loro alleati falangisti nei confronti della popolazione locale.
Habib riuscì faticosamente ad ottenere dal Primo Ministro israeliano l’assicurazione che i suoi soldati sarebbero entrati a Beirut Ovest e non avrebbero attaccato i Palestinesi dei campi profughi, riesce anche ad ottenere l’assicurazione dal futuro presidente Beshir Gemayel che i falangisti non si sarebbero mossi, ed infine ottenne l’assicurazione da parte del ministero della difesa Americano che ci sarebbe stato un loro contingente a garantire gli impegni presi.
Il 19 agosto fu firmato l’accordo, ma con l’elezione a Presidente del Libano di Beshir Gemayel ( il 23 agosto) che gode dell’appoggio dei maroniti e di Israele, la situazione cambia.
Il 20 agosto, vigilia dell’imbarco dei primi miliziani palestinesi, che iniziano ad evacuare la città, negli USA viene pubblicata la quarta clausola dell’accordo per la partenza dell’OLP che dice:
"I Palestinesi non combattenti, rispettosi della legge, che siano rimasti a Beirut, ivi comprese le famiglie di coloro che hanno abbandonato la città, saranno sottoposti alle leggi e alle norme libanesi. Il governo del Libano e gli Stati Uniti forniranno adeguate garanzie di sicurezza ... Gli USA forniranno le loro garanzie in base alle assicurazioni ricevute dai gruppi libanesi con cui sono stati in contatto" (American Foreign Policy, Current documents, 1982, Dipartimento di Stato, Washington D.C.).
Arafat è preoccupato per la sorte della popolazione civile ed insiste per avere l’invio di una forza multinazionale che garantisca l’ordine. il 19 agosto 1982 la richiesta ufficiale viene consegnata dal ministro degli esteri libanese Fu’ad Butros agli ambasciatori di Stati Uniti, Italia e Francia.
Il piano che era stato fatto accettare dal mediatore Usa Habib a Libanesi, Palestinesi e Israeliani prevedeva l’intervento di 800 soldati statunitensi, 800 francesi e 400 Italiani in modo da garantire l’ordine durante il ritiro delle forze dell’OLP da Beirut. Il mandato durava un mese, dal 21 agosto al 21 settembre, rinnovabile su richiesta dei libanesi in caso di necessità.
Entro il 4 settembre, tutti i combattenti palestinesi sarebbero dovuti partire, in seguito la forza multinazionale avrebbe collaborato con l’esercito libanese per portare sicurezza durante le operazioni.
Il primo contingente arriva a Beirut il 21 agosto ed è composto di soli Francesi che nei due giorni successivi vengono raggiunti dai soldati italiani ed americani. Appena riuniti prendono posizione nella città.
Arafat decide di abbandonare Beirut insieme ai suoi 15.000 combattenti.
Il primo settembre termina l’evacuazione dell’OLP dal Libano.
Due giorni dopo, venendo meno al patto siglato con gli eserciti cosiddetti “supervisori” che nulla fecero per fermarli, le armate israeliane avanzarono e assediarono i campi-profughi.
Caspar Weinberger, segretario alla difesa americana, ordina ai marines di abbandonare Beirut.
E’ il 3 settembre.
Lo stesso giorno le milizie cristiano- falangiste, alleate degli Israeliani, prendono posizione nel quartiere di Bir Hassan, ai lati del campi profughi di Sabra e Shatila.
Partiti gli Americani, automaticamente anche i Francesi e gli Italiani tornano a casa.
Gli ultimi soldati partono il 10 settembre, undici giorni prima di quanto avrebbero dovuto fare, lasciando campo libero a Israele.
Il giorno dopo Ariel Sharon contestò la presenta di duemila guerriglieri dell’OLP ancora in territorio libanese, i Palestinesi negarono il fatto.
Il premier israeliano Begin convocò Gemayel a Naharuya per fargli firmare un trattato di pace con Israele, alcune fonti sostennero però che Begin chiese a Gemayel di permettere la presenza delle truppe Israeliane nel sud del Libano, Gemayel doveva inoltre dare la caccia ai duemila guerriglieri palestinesi la cui presenza era stata denunciata da Sharon.
Gemayel, non firmò il trattato, non poteva schierarsi da una sola parte anche a causa dei crescenti rapporti di alleanza con la Siria.
Il 14 settembre 1982, Gemayel fu ucciso in un attentato e nonostante i leader palestinesi negassero ogni responsabilità nell'accaduto, Sharon accusò i Palestinesi, facendo sollevare i Falangisti (il partito di Gemayel) contro la Palestina.
Il 15 settembre 1982, le truppe israeliane invasero Beirut Ovest.
Israele ruppe così l'accordo con gli USA, gli accordi di pace con le forze musulmane intervenute a Beirut e quelli con la Siria. Begin si giustificò dicendo che era una contromisura per "proteggere i rifugiati palestinesi da eventuali ritorsioni da parte dei gruppi cristiani"; tuttavia pochi giorni dopo Sharon affermò al parlamento che "l'attacco aveva lo scopo di distruggere l'infrastruttura stabilita in Libano dai terroristi".
E’ il 16 settembre 1982 quando Elias Hobeika, capo delle milizie critiano-falangiste entra nei campi profughi di Sabra e Shatila.
Alle 18 ha inizio lo sterminio.
Queste alcune testimonianze di reporter di vari giornali:
David Lamb scrive sul quotidiano The Los Angeles Times del 23 settembre 1982: "Alle 16 di venerdì il massacro durava ormai da 19 ore. Gli Israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi".
Elaine Carey scrive sul quotidiano Daily Mail del 20 settembre 1982: "Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L'odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l'uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore".
Loren Jankins scrive sul quotidiano Washington Post del 20 settembre 1982: "La scena nel campo di Shatila, quando gli osservatori stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l'angolo, in un'altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano. Pochi metri più avanti, otto uomini erano stati mitragliati contro una casa. Ogni viuzza sporca attraverso gli edifici vuoti - dove i palestinesi avevano vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione dello Stato di Israele nel 1948 - raccontava la propria storia di orrori. In una di esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull'altro, mummificati in posizioni contorte e grottesche."
Testimonianza di Ellen Siegel, cittadina americana, infermiera volontaria, ebrea. In cima all'edificio soldati israeliani guardavano verso i campi con i binocoli. Miliziani libanesi arrivarono in una jeep e volevano portare via un'assistente sanitaria norvegese. Ci rivolgemmo ad un soldato israeliano che disse ai miliziani di andare via. Infatti partirono. Alle 11.30 circa gli israeliani ci condussero a Beirut Ovest. Sedetti sul sedile anteriore di una jeep della IDF. L'autista mi disse: - Oggi è il mio Natale (intendendo la festività ebraica del Roshanah). Vorrei essere a casa con la mia famiglia. Credete che mi piaccia andare porta a porta e vedere donne e bambini? - Gli chiesi quante persone avesse ucciso. Rispose che non era affar mio. Disse anche che l'armata libanese era impotente, erano stati a Beirut per anni e non avevano fatto nulla, che Israele era dovuta arrivare per fare tutto il lavoro.
Il numero della vittime non è mai stato accertato esattamente. La Croce Rossa Internazionale ha accertato una cifra di 2.750 morti, a cui vanno aggiunti i corpi nelle fosse comuni, quelli restati sotto le macerie e i deportati mai più tornati. Gli esperti internazionali stimano che le vittime siano state tra le 3.000 e le 3.500, il tutto in quaranta ore tra il 16 e il 18 settembre 1982.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato il massacro con la risoluzione 521 del 19 settembre 1982.
L’8 febbraio 1983, la commissione d’inchiesta istituita dalle autorità israeliane, presieduta da Itzhak Kahan dal magistrato, Aharon Barak, e dal generale di divisione Yona Ephrat, giunge alla conclusione che il diretto responsabile dei massacri era stato Elias Hobeika, nemico giurato dei palestinesi sin dall’inizio della guerra civile in Libano.
La stessa commissione ammetterà indirettamente la responsabilità nel massacro del ministro della difesa israeliana Ariel Sharon per non essere intervenuto ad impedirlo.
Elias Hobeika, dopo la fine della guerra, nel 1990, venne nominato ministro senza portafoglio nel governo di Omar Karami.
Nel 1992 eletto deputato e lo stesso anno nominato ministro per gli affari sociali nel primo governo del premier Rafiq Hariri. Fu poi rieletto nel 1996, e nominato ministro per le risorse idriche ed elettriche carica che ha ricoperto sino alla fine del 1999.
Nel giugno del 2001 la Corte di Cassazione belga, aprì un processo su Sabra e Shatila
A testimoniare sui rapporti che intercorrevano fra i falangisti e gli israeliani è chiamato Elias Hobeika ritenuto il responsabile materiale dell´eccidio.
Il 24 gennaio 2002 Elias Hobeika muore a Beirut in un attentato. Meno di 36 ore prima di saltare in aria con la sua Jaguar blindata, Hobeika aveva avuto un incontro "confidenziale" con due senatori belgi e si era detto pronto a fare "rivelazioni" sui massacri di Sabra e Shatila e sui rapporti che aveva avuto durante quei giorni con i generali israeliani che dipendevano dal ministro della difesa israeliana.

Sabry aka Iside

lunedì 13 settembre 2010

Inizia la scuola senza 22.000 professori, La Gelmini prova a scansare i fischi.




Tanto certa della svolta «storica» impressa alla scuola il ministro Gelmini oggi eviterà accuratamente di andare a prendere applausi al classico Mamiani o al Parini di Milano. Neppure nei disastrati istituti delle mille periferie abbandonate da questo governo al degrado, anche culturale. No, il ministro con un atto di coraggio alla rovescia andrà, secondo indiscrezioni, lì dove nessuno avrà soprattutto la forza di muoverle critiche: nella scuola del Policlinico Gemelli di Roma. Un gesto toccante, indubbiamente. Avrà accoglienze festanti.

Cercare applausi così è l’ultimo atto di una campagna demagogica servita a nascondere una realtà drammatica. Ieri c’è stata anche la copertura di Berlusconi che di certo non mette piede in una scuola da sessant’anni, in una scuola vera, di quelle scrostate, con i banchi segnati e le finestre chiuse da serrande mai riparate perché non ci sono soldi.

Più inglese, più informatica, più impresa, più internet? Ma lo sa il premier cosa prevede la riforma del suo ministro? Magari un test Invalsi in merito farebbe capire quanta distanza c’è tra la destra benpensante e la scuola in carne e ossa, derelitta da loro negli ultimi due anni, a partire da chi la fa, i professori. Una umiliazione per i genitori che hanno già ricevuto gli appelli dei capi d’istituto (quando ci sono, perché ne mancano sedicimila e si moltiplica dunque la figura del preside reggente, che per governare un’altra scuola riceve solo 700 euro in più, una miseria) a collaborare per la cartaigienica, le fotocopie, i toner, la pulizia delle aule, qualcos’altro?

La cosiddetta riforma delle superiori stronca vite e carriere. Migliaia di professori a cinquant’anni da oggi rinunciano a lavorare, perché nessuno li chiamerà. E non è affatto vero che saranno riassorbiti nei prossimi otto anni. La matematica non è un’opinione: tra quattro anni, quando la riforma andrà a regime in modo integrale anche nei licei, le ore per insegnare saranno molte meno delle attuali, già drammaticamente ridotte. I precari saranno sempre gli stessi, anzi di più.

La «svolta storica» di Gelmini riguarderebbe anche il merito. Ma come si fa ad assecondare i meritevoli quando in una classe ci sono anche 35 alunni e quasi mai meno di trenta... Come si fa a garantire il diritto all’istruzione ai disabili e ai non disabili quando il rapporto disabili prof di sostegno si alza, sempre più ragazzi per un docente, a dispetto di certe statistiche usate da giornali ben orientati a suonare fanfare, spesso senza conoscere sulla materia, al rigore fasullo di viale Trastevere.

L’ultima tirata demagogica riguarda la valutazione degli insegnanti. Magari, lo chiedono i professori stessi da anni, perché è certo, come in ogni dove, che a scuola ci sono i furbi e quelli che non si risparmiano mai, che fanno da docenti e da assistenti sociali, da madri e da padri di figli non loro in una società dove non si investe per superare le disegregazioni familiari. Ma come fa a dirlo un ministro che andò a cercare, con spregio del pericolo, la commissione meno severa per accedere alla professione di avvocato?

Fonte l’unità.it

I precedenti:

Nel marzo del 2000, una certa signora, presidente del consiglio comunale del Comune di Desenzano sul Garda per Forza Italia, fu espulsa da quella carica su mozione del suo partito, con la seguente motivazione [Delibera del consiglio comunale n. 33 del 31/03/2000]: manifesta incapacità ed improduttività politica ed organizzativa Questa signora si chiamava Maria Stella Gelmini. Pochi anni dopo fu "scoperta" da Silvio Berlusconi ed oggi è il Ministro dell'Istruzione e della Ricerca della Repubblica Italiana. (e questo è il sito del comune di Desenzano, basta inserire la data ed esce fuori la delibera http://servizionline.onde.net/eGov/atti.mac/input)

Oggi la ministra dimostra tutta la sua "incapacità" nella gestione ministeriale della scuola pubblica italiana, creando scompiglio ulteriore dopo i licenziamenti di massa.


Mentre Tremonti e i suoi mandanti devastano la scuola pubblica, favorendo il proliferare di istituti privati costosi e di dubbia qualità (anche nella nostra regione), la Gelmini ha generato l'ennesimo caos nella gestione delle graduatorie e nel conferimento delle supplenze.

Compie errori uno dietro l'altro, ma a pagarne le conseguenze è il personale amministrativo delle scuole (oltre ai precari tagliati ed ancora senza lavoro) il cui carico di lavoro sta aumentando notevolmente.
Inoltre, le ricadute di questa riforma, assolutamente nefasta, danneggiano innanzitutto gli allievi a cui continuano ad essere negati il regolare svolgimento delle lezioni ed il diritto alla continuità didattica
Migliaia di docenti e Ata licenziati, pluriclassi, classi sovraffollate e insicure, scuole nel caos e ancora senza insegnanti. Sarebbe un bene per tutto il Paese se questo Ministro si dimettesse al più presto, prima di fare altri danni peggiori di quelli che ha già fatto.

Coordinamento Precari Scuola Molise

Fonte: http://www.nuovasocieta.it/lettere/2830-sg.html

giovedì 9 settembre 2010

FEDERMECCANICA CONTRO GLI OPERAI, DISDETTO IL CONTRATTO DI LAVORO





Quello alle porte rischia di essere un autunno molto caldo per il mondo del lavoro. Se così sarà, la responsabilità ricadrà su Cofindustria e su un governo attentissimo alle esigenze delle lobby di poche grandi imprese, ma totalmente sordo alle richieste e ai diritti dei lavoratori.
Con una mossa che la dice lunga sulla longa manus dell’Amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, il direttivo di Federmeccanica ha infatti dato mandato al presidente, Pierluigi Ceccardi, di comunicare fin d'ora il recesso dal Contratto nazionale siglato il 20 gennaio 2008, a partire dal primo gennaio 2012. La disdetta, ha dichiarato lo stesso Ceccardi, è avvenuta “a fronte delle minacciate azioni giudiziarie della Fiom relative all'applicazione di tale accordo” ed è comunicata “in via meramente tecnica e cautelativa allo scopo di garantire la migliore tutela delle aziende”. Una spiegazione che non convince e che dimostra, ce ne fosse stato bisogno, la dirompente portata delle condizioni di fatto “imposte” dalla Fiat ai lavoratori di Pomigliano d’Arco con l’accordo separato dello scorso giugno. Condizioni che ora si cerca di diffondere ad altre realtà produttive e che incideranno in maniera definitiva sul sistema economico e industriale del nostro paese nel suo complesso, e che dissiperanno sempre più il patrimonio di diritti faticosamente conquistati in decenni di lotte sindacali.
Anche per questo é incredibile e indegno che Federmeccanica paragoni ad una minaccia la legittima richiesta della Fiom del rispetto delle leggi vigenti. L’Italia dei Valori non tollera lo stravolgimento del significato delle parole di chi, in difesa esclusiva dei lavoratori, si rivolge ad un tribunale per avere il rispetto della legalità. La Fiom non può essere considerata una minaccia da combattere. La legge e i contratti sottoscritti, in particolare quello del 2008, possono essere certo disdetti, ma un contratto rimane in vigore fino a che non verrà sostituito da un altro in materia di lavoro e firmato dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative.
Tutto questo ci dice che la mossa di Federmeccanica, al fine dello scopo dichiarato, risulta totalmente inefficace e, probabilmente, è stata suggerita da un altro esperto nell’aggiramento delle leggi italiane, Niccolò Ghedini.


lunedì 6 settembre 2010

FINI RILANCIA LA SFIDA A BERLUSCONI " PDL NON C'E' PIU "




Bindi, Letta, Marini, Franceschini, per le prossime elezioni, quando si faranno, dovrete accontentarvi di Vendola e Di Pietro, sperando che non riusciate a farvi detestare, perché oggi Fini è stato chiaro, a voi non ci pensa proprio!!!! write26



Nell'atteso discorso alla Festa Tricolore il presidente della Camera parla per ottanta minuti. Attacchi al premier, ma non c'è l'annuncio del nuovo partito. "Da noi niente ribaltoni, ma il partito deve rinascere". Scontro coi colonnelli. "Sì al Lodo, ma niente leggi ad personam". "No a un federalismo contro interesse di tutti. Priorità a economia e occupazione". Sulla campagna del Giornale: "Attacchi infami contro la mia famiglia"
di PASQUALE NOTARGIACOMO

MIRABELLO (FERRARA) - Niente nuovo partito. Ma una sfida aperta al Cavaliere. Al quale chiede un nuovo patto di legislatura, fino al 2013. Ma sul quale fa cadere una dopo l'altra parole pesanti come macigni. Sulla giustizia, con lo slogan garantismo non è impunità; sulla politica estera, con l'attacco alle "genuflessiono" a Gheddafi; sull'economia, con il sostegno alle proteste di scuola e polizia; sulla concezione stessa di politica, ricordando al premier che "governare non è comandare".

Per Gianfranco Fini, Mirabello non è un posto come gli altri. Questo è "il luogo delle emozioni". Lo dice all'inizio del suo attesissimo discorso. Le emozioni di ieri e dell'altro ieri sono niente in confronto a quella di oggi. Ottanta minuti in cui il presidente della Camera ritrova se stesso (dopo 36 giorni di silenzio pubblico) e il suo esercito. Senza più colonnelli o capitani. Ma con il fermo proposito di portare avanti la battaglia di Futuro e Libertà. Non per tornare in un partito, il Pdl, che non esiste più avendo tradito il suo stesso nome, con l'espulsione illiberale del 29 luglio. Ma neanche, non ancora per lo meno, per dare vita a un nuovo soggetto politico, come speravano molti dei militanti. Malumori che, al momento di lasciare la piazza, qualcuno ha esternato nei commenti con il proprio vicino.

La sfida a Silvio Berlusconi ha i connotati di un nuovo patto di legislatura, per scongiurare quelle elezioni anticipate che sancirebbero un fallimento di entrambi. Le condizioni però sono al rialzo: non è il più il tempo dell'acquiescenza o della subalternità alla Lega. Si va avanti ma senza ultimatum e senza perseguire obiettivi che non erano nel programma e non corrispondono ai bisogni reali del paese: la priorità va all'economia. E non alla questione della giustizia: il garantismo, ripeterà più volte Fini, non significa impunità permanente. Tutto questo senza lasciarsi condizionare da ultimatum o intimidazioni che sottolinea il presidente della Camera, quando come in queste settimane prendono di mira la famiglia (attraverso una vera e propria "lapidazione"), non sono altro che un costume tipico degli "infami".

Lo scambio emozionale tra la piazza e il suo leader è costante durante tutto il discorso. Il presidente della Camera fa diverse concessioni alla pancia e al cuore del suo uditorio. Prima di tutto, come ogni team che si rispetti, tutta la squadra di Futuro e libertà viene presentata dal deputato Luca Bellotti. Applausi per tutti e ovazione per Mirko Tremaglia, il legame più solido con la storia che fu. Non è tempo per buoni o cattivi, come canta Vasco Rossi, in uno dei brani della colonna sonora scelta dagli organizzatori. L'attesa però si scioglie soltanto quando arriva il presidente della Camera. Sale sul palco dopo che hanno portato i loro saluti emozionati il padrone di casa Vittorio Lodi, organizzatore di 29 edizioni della festa Tricolore, il giovane Giuseppe Tatarella, che cita il padre Pinuccio, in quello che è un altro omaggio alla memoria della destra di casa nostra. E Chiara Moroni, che è invece un'iniezione di novità culturale e politica da sottolineare.

Il resto si consuma, appunto, nel rapporto tra l'uditorio e il presidente della Camera. Che sa evocare sapientemente gli umori della piazza di casa. Sale sul palco alle 18.26 e ci vuole almeno un minuto prima che riesca a prendere la parola, sommerso dal boato e dal coro "Chi non salta Berlusconi è!". E cita subito un "grande uomo", quel Giorgio Almirante che nella stessa piazza aveva auspicato un salto generazionale aprendo la strada alla successione del suo Delfino. Primo applauso convinto, così come quando Fini prende di mira due tagli particolarmente sgraditi della manovra economica: quelli alle forze di polizia culminati nella manifestazione di Venezia e quelli alla scuola che hanno provocato le "giuste proteste dei precari", condannati alla lotteria delle cattedre. L'attacco al ministro Gelmini non è roba da poco. Come quello riservato alla Lega sulle quote latte, e sui veti posti ai provvedimenti sulla liberalizzazione delle municipalizzate e sull'abolizione delle province.

Ma è in almeno altre due occasioni che il presidente della Camera parla davvero alla pancia del suo pubblico. Quando definisce poco decoroso lo spettacolo offerto dalla visita in Italia del Colonnello Gheddafi: uno, dice Fini, che non può insegnare niente né sulla libertà della donna, né sui diritti civili. E' la condanna della "genuflessione" che i finiani aspettavano dalla mattina. Prima ovazione. La seconda ancora più convinta si materializza quando è a essere evocati sono "quei colonnelli o capitani, che hanno soltanto cambiato generale e magari sono pronti a cambiarlo di nuovo". E' standing ovation mentre a parecchi ex An dovranno essere fischiate le orecchie.

La parte restante riguarda il duello a distanza con il presidente del Consiglio. Le colpe di quest'ultimo sono note. La più grave è aver decretato un'espulsione illiberale, "da libro nero dello stalinismo", del cofondatore del Pdl e dei suoi seguaci, durante l'ormai famoso ufficio politico del 29 luglio. Un atto "lesivo della dignità del partito stesso", sottolinea Fini, degno di chi non ha ancora compreso che "in democrazia non ci sono eresie". E che "governare non significa comandare" come succede per le aziende di famiglia. Ecco perché il Pdl non esiste più. Esiste il partito del Predellino o Forza Italia allargata, sono le due definizioni coniate dal presidente della Camera. Va da sé che rientrare in ciò che non esiste più non è possibile. Fli va avanti, ancora senza un proprio partito. Senza cambi di campo e senza l'obiettivo della ricomposizione o peggio del "perdono" forzato. Un segnale di compattezza, a quanti "dilettandosi di ornitologia", scherza Fini ci dividono in falchi e colombe.

I contenuti del nuovo patto di legislatura - che secondo Bersani somiglia più che a una proposta al vecchio gioco del cerino - sono già destinati a far discutere. Capitolo giustizia: la magistratura è un caposaldo della nostra democrazia, premette Fini, anche se ci sono alcune mele marce. Fatto salvo l'obiettivo di tutelare le alte cariche dello Stato, non sembrano percorribili ipotesi (come la norma provvisoria contenuta nel provvedimento sul processo breve) che cancellano tanti procedimenti colpendo cittadini che aspettano da anni di veder riconosciuti i propri diritti. Uno stop alla norma a cui sta lavorando la maggioranza con il consigliere giuridico del premier. Quel Niccolò Ghedini a cui il presidente della Camera riserva l'immagine del Dottor Stranamore che "dovrebbe risolvere una cosa e non lo fa mai". Altro punto contestato, eppure sempre nell'agenda di governo, il federalismo che è accettabile, precisa Fini, solo a patto di non penalizzare il Sud. Non manca un accenno anche alla legge elettorale, con un mea culpa per un sistema che riserva agli elettori non più la sovranità popolare ma un "prendere o lasciare". Un passaggio che farà arrabbiare Umberto Bossi.

Infine, l'economia. Contrastare la crisi non basta, è il monito di Fini, bisogna far ripartire il paese. Tremonti è avvisato. "Fa piangere il cuore un ragazzo su 4 non lavori", rileva il presidente della Camera, "colpa anche di chi contrabbanda per flessibilità una precarietà eterna". Mentre sulla mancata nomina del ministro dello Sviluppo Economico ormai, scherza il presidente della Camera, aspettiamo l'oracolo di Delfi.

Il finale è ancora un richiamo al cuore della platea, a quello di quando avevamo 18/ 20, dice Fini ai suoi. E a valori tradizionali della destra come il senso della patria e l'etica del dovere. "Se è un uomo non ha fiducia nelle sue idee e non è pronto a impegnarsi per esse o non valgono nulla quelle idee o non vale quell'uomo". Scatta l'applauso che chiude il discorso. Titoli di coda con il presidente della Camera che beve finalmente un bicchiere d'acqua e si rilassa cantando l'inno, complimentato dai suoi. Spunta ancora il sempre eterno Tremaglia, sorretto a fatica, ma ancora con il tricolore in mano.
(05 settembre 2010) fonte: larepubblica.it

sabato 4 settembre 2010

Caso De Magistris: chiesto il rinvio a giudizio per tre procuatori. Magistratura calabrese nel caos





Chiesto il processo anche per politici, avvocati e imprenditori. De Magistris: «il Csm sapeva»


Sono di poche ore fa i primi "verdetti" legati alle denunce dell'ex Pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, oggi europarlamentare dell'Italia dei Valori, in merito a presunti tentativi di delegittimazione ed ostacolo alla sua attività di magistrati nel capoluogo calabrese.
La procura di Salerno, infatti, ha richiesto il rinvio a giudizio per il procuratore della Repubblica Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto Salvatore Murone, il procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi. Chiesto il processo anche per i presunti beneficiari e istigatori delle condotte illecite, e cioè l'imprenditore Antonio Saladino, l'avvocato e senatore Giancarlo Pittelli (Pdl), l'ex sottosegretario alle Attività produttive Pino Galati (Udc), la moglie di Lombardi Maria Grazia Muzzi, e il figlio di lei, l'avvocato Pierpaolo Greco. Tra i reati contestati ad alcuni magistrati

figurano la corruzione, il falso e la corruzione in atti giudiziari.

Secondo la Procura di Salerno, quindi, le inchieste “Why Not” e “Poseidone” furono sottratte illegalmente a Luigi De Magistris nel 2007.

Pesantissimo, anche nei confronti del Csm, il commento dello stesso De Magistris: «nonostante il Csm fosse informato da tempo sulle gravi commistioni e le illegalità che interessavano i vertici degli uffici giudiziari di Catanzaro, non ha mai ritenuto di dovere intervenire. Oggi alcuni di quei magistrati sono saldamente al proprio posto, anche titolari di inchieste delicate, come quella assegnata all'aggiunto Murone sugli attentati al procuratore generale di Reggio Calabria. Quello stesso Csm ha invece dimostrato una solerzia straordinaria quando, al termine di processi disciplinari farsa, ha proceduto all'esecuzione professionale mia, e dei valorosi colleghi di Salerno Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. La procura di Salerno conferma che Why Not e Poseidone mi furono sottratte illegalmente, in seguito ad un accordo corruttivo, tra i vertici degli uffici di Procura e alcuni indagati».

Pittelli ha subito replicato: «De Magistris dovrebbe sapere, ma sarebbe pretendere troppo dalla sua cultura giuridica, che la richiesta di rinvio a giudizio rappresenta soltanto un’ipotesi di accusa tutta da verificare. La parte più interessante di tutta la storia deve essere ancora scritta. E la verità, su gruppi e manipoli, non tarderà a ristabilire gli esatti contorni della più vergognosa impostura mai verificata in ambito giudiziario-politico».

Le prime risposte giudiziarie sul “caso De Magistris” arriveranno esattamente tra due mesi, il 3 novembre, quando il gip Vincenzo Pellegrino deciderà sulle richieste dei pm.

Peppe Caridi

fonte:http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=7197292628361868340

martedì 31 agosto 2010

Gheddafi fa il missionario dell’Islam profanando il Corano tra belle escort e affari




Ciò che mi scandalizza non è tanto lo show pittoresco di Gheddafi, che del resto rientra nel suo stile dittatoriale, anche se mi chiedo se simili grotteschi personaggi siano compatibili con una democrazia moderna. Ma in Italia sì, visto che la democrazia è ormai fatta a pezzi da politici che vorrebbero sempre più rassomigliare al fantoccio libico. Forse il loro cruccio è di non esserlo abbastanza.
Mi scandalizza invece che gli italiani subiscano nell’indifferenza simili pagliacciate.
E soprattutto mi meraviglia che la Lega che aspetta ogni opportunità per sparare sull’Islam tenga un atteggiamento di assoluto silenzio. Almeno finora. Vedremo se qualcuno avrà il coraggio di contestare il comportamento di Gheddafi.
Penso di no, conoscendo la codardìa dei Capi leghisti e la coglioneria dei leghisti.
Hanno troppo interesse a tacere.
Cioè hanno interessi da salvare.
Infine mi meraviglio che gli stessi islamici non se la prendano con questo strano e opportunista missionario dell’Islam che si compera le conversioni a suon di belle escort.


da Liberazione

Diritti umani in svendita

Fulvio Vassallo Paleologo*


A due anni dalla firma del Trattato di amicizia italo-libico Gheddafi ritorna a Roma per celebrare i "successi storici" della collaborazione con gli "amici" Berlusconi e Maroni. Un'amicizia, malgrado qualche recente crisi nella lotta sul controllo delle banche italiane, solidamente cementata da colossali interessi economici, dalla partecipazione di finanziarie libiche ai capitali di Fiat ed Unicredit, dalle commesse che le imprese italiane stanno ottenendo il Libia, come l'appalto assegnato a Finmeccanica per la costruzione di un sistema di controllo delle frontiere meridionali di quel paese. Nel corso degli anni è intanto aumentata la dipendenza dell'Italia dalla Libia per la fornitura di gas e petrolio, e questo sta consentendo a Gheddafi di fare la voce grossa non appena qualcuno tenta di aprire un dossier sui diritti umani e sulla situazione dei rifugiati. Del resto, per Berlusconi come per Gheddafi, in Libia, i rifugiati non esistono, sarebbero solo immigrati illegali o "ospiti temporanei", i richiedenti asilo sarebbero solo una invenzione delle organizzazioni umanitarie, che dunque vanno sanzionate perché svolgerebbero attività illegali, come è successo all'ACNUR a giugno, quando sono stati chiusi i suoi uffici a Tripoli. Intanto il ministro Maroni, per sviare l'attenzione dell'opinione pubblica dagli autentici problemi della sicurezza, annuncia l'abbattimento del numero degli arrivi in Sicilia, mentre gli sbarchi sono ripresi in altre regioni meridionali, su altre rotte.
Il ministro leghista omette di ricordare che per gli arrivi degli scorsi anni si trattava in prevalenza di richiedenti asilo e di soggetti vulnerabili, qualche decina di migliaia di persone in fuga, mentre le norme del "pacchetto sicurezza" e l'inasprimento nella attuazione della Bossi-Fini stanno producendo centinaia di migliaia di irregolari, se non di "clandestini" veri e propri. E la nuova pulizia etnica ai danni dei rom, soprattutto se non appartenenti all'Unione Europea, aggiungerà nuova esclusione sociale ed emarginazione senza produrre alcun effetto positivo neppure per quegli stessi cittadini in cerca di sicurezza che oggi hanno individuato nei rom il nuovo "nemico interno". E adesso Maroni vorrebbe chiedere nuove norme più restrittive per i comunitari, proseguendo quella linea della "tolleranza zero" inaugurata con i respingimenti collettivi verso la Libia lo scorso anno, una politica che ha suscitato critiche anche a livello europeo. Le politiche italiane contro i migranti rischiano così di aprire contraddizioni gravissime in ambito comunitario, alimentando conflitti che non sarà possibile risolvere neppure nei prossimi decenni.
Il parlamento italiano con voto quasi unanime, lo scorso luglio, ha ratificato per tutto il 2010 le missioni in Libia della Guardia di Finanza, per la manutenzione dei mezzi militari messi a disposizione di quel paese e per la "formazione" ( o collaborazione?) delle forze di polizia, ulteriore tassello di quella sciagurata politica bipartisan che ha portato nel 2007 ai Protocolli operativi ( Amato) con la Libia, poi confermati nel 2008 dal Trattato di amicizia ed ulteriormente inaspriti da Maroni nel suo viaggio a Tripoli, subito dopo che il Parlamento Italiano aveva approvato gli accordi precedenti. Un vero colpo di mano, nel febbraio del 2009, all'insaputa di tutti, perché il Parlamento con una maggioranza larghissima aveva dato il via libera alla attuazione dei Protocolli che autorizzavano i pattugliamenti congiunti, ma non i respingimenti collettivi sistematicamente praticati dalle nostre unità navali proprio a partire dal 6 maggio del 2009, sui quali pende ancora il giudizio della Corte Europea dei diritti dell'Uomo. Sarebbe tempo che le forze politiche che oggi si vogliono definire di "opposizione" facciano un minimo di autocritica per la loro politica di intesa con la Libia, e si facciano sentire nei giorni in cui la presenza di Gheddafi a Roma offrirà a Berlusconi e Maroni l'occasione per imbastire un altra vergognosa campagna mediatica, sulla pelle dei migranti, come al solito. Forse Maroni ci racconterà ancora che la Libia, sebbene non aderisca alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, abbia sottoscritto comunque la Convenzione dell'Unione Africana che richiama quella Convenzione quanto al riconoscimento dei diritti dei rifugiati. Come l'Italia sta cercando di dimostrare davanti alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo dove è finita sul banco degli imputati per i respingimenti collettivi praticati lo scorso anno. Eppure basta verificare nei siti delle più importanti agenzie umanitarie Amnesty (www.amnesty.it) e Human Rigts Watch (www.hrw.org) la portata e la gravità delle violazioni dei diritti umani delle quali è responsabile la Libia con la complicità delle autorità italiane. Complicità che hanno consentito le violenze e gli abusi commessi dai libici ai danni dei migranti, inclusi giovani donne e minori . Per la unicità della catena di comando italo-libica che gestisce le operazioni di intercettazione e di respingimento nel Canale di Sicilia, prevista proprio dai Protocolli operativi "Amato" del 2007, poi recepiti nel Trattato di amicizia del 2008, queste responsabilità appartengono anche all'Italia e dovranno essere sanzionate al più presto dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo.
*Università di Palermo

29/08/2010


Ironia della storia. Il leader dell'ex colonia italiana fa shopping nel Belpaese

Libia-Italia affari incrociati
Gheddafi il colonizzatore

Simonetta Cossu


"It's the economy, stupid!" è la frase che rese celebre Bill Clinton nella sua corsa alla presidenza degli Stati Uniti. Oggi, quando il colonnello Gheddafi atterrerà a Roma sarà bene che anche gli italiani se la ricordino: "È l'economia, stupido!" Forse andrebbe un po' adattata allo spirito di questo decennio che più di economia parla di affari.
La torta in gioco infatti in questo campo è bella ricca. Ettore Livini su Repubblica parla di un giro da 40miliardi di euro. "Un pirotecnico giro d'operazioni - si legge - gestite in prima persona dai due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi ("gli imprenditori sono i soldati della nostra epoca", dice il Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi di euro e che rischia di cambiare - non è difficile immaginare in che direzione - gli equilibri della finanza e dell'industria di casa nostra".
Allora incominciamo con vedere quali sono i settori interessati. Direttamente Mohamed e Silvio detengono quote nella Quinta Communications, società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore franco-tunisino tra i principali fautori dell'asse Arcore-Tripoli. Spiccioli, in quanto i grossi affari sono di ben altra portata. L'Italia ha dimostrato di saper essere un mercato tra i più aperti, e spesso gli interessi stranieri si sono indirizzati verso società leader in settori strategici.
La Libyan investment Authority (Lia) è stata creata nel dicembre di tre anni fa con una dotazione di 50 miliardi di dollari di capitale. E Gheddafi ha sottolineato che il 90% degli investimenti libici all'estero avranno come destinazione privilegiata l'Italia. È da comprendere quindi il ricevimento in pompa magna da parte di Berlusconi. Solo quest'affermazione vale un fiume di denaro da 45 miliardi di dollari diretto sia verso le blu chip italiane che verso le pmi, tanto che Mediobanca ha un ruolo non secondario nell'indirizzare questi investimenti.
In cambio di questo fiume in entrata la Libia è pronta ad assicurare alle industrie italiane affari di non poco conto. Poco prima di firmare il trattato di accordo nel 2008, il segretario libico che lavorava alla stesura del trattato si presentò in Assolombarda a Milano per presentare il piano di investimenti previsti per modernizzare la Libia: 153 miliardi di dollari. Una cifra che fece cadere più di una mascella. Per questo il dossier Libia è su tutte le scrivanie che contano, non importa se sul lato della domanda o dell'offerta.
Oggi l'Italia è il primo partner commerciale per la Libia. Una posizione che vale 20 miliardi di euro nel 2008, in crescita del 27% sull'anno precedente.
Le imprese italiane sono già in Libia pronte a costruire strade e reti telefoniche. Da lì l'Eni, che è a Tripoli dal 1959 era Mattei, oggi ricava non meno di 250 mila barili di petrolio al giorno, il 30% delle importazioni italiane. E sempre dalla Libia arriva il 12& del gas importato. l'a.d. dell'Eni, Paolo Scaroni, solo pochi giorni fa ha detto di ritenere la Libia «come la pupilla dei miei occhi perchè con questo paese abbiamo relazioni importanti. Pensiamo che in Libia investiremo 25 miliardi di dollari». Scaroni ha aggiunto di considerare tutti i propri interlocutori «da Gheddafi a Chavez, tutti belli, bravi e buoni. Perché per me sono tutti clienti». Alla faccia dei diritti umani.
Così come la costruzione della mega-autostrada da tre miliardi di dollari che attraverserà il litorale libico dalla Tunisia all'Egitto, 1700 chilometri è parco gioco per le aziende italiane. Alla fase di prequalifica, secondo quanto risulta all'agenzia Radiocor, parteciperanno infatti la cordata formata da Impregilo e Cmc di Ravenna, il consorzio fra Astaldi, Toto, Grandi Lavori Fincosit e Ghella, il gruppo Condotte. Alla finestra al momento il gruppo Salini-Todini, Pizzarotti, Cmb di Carpi, il gruppo Gavio tramite Itinera e diverse realtà del mondo cooperativo. L'opera è infatti prevista dal trattato di amicizia siglato nel 2008 fra Berlusconi e Gheddafi.
Dulcis in fondo le banche. Il colonnello è riuscito in due anni a diventare il primo azionista della prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Palazzo Grazioli, nell'ambito del do ut des di questa realpolitik mediterranea, ha dato l'ok all'ingresso di Tripoli con l'1% nell'Eni ("puntiamo al 5-10%", ha precisato l'ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25 anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi di investimenti. Un patto quello con la Libia che Berlusconi riassume così: «scuse e risarcimenti contro meno clandestini e più gas e petrolio».

29/08/2010


"I profughi": «E i nostri risarcimenti?»

«Ancora non abbiamo visto un euro». In vista dell'arrivo in Italia del leader libico, protesta la presidente dell'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu. «Il governo Berlusconi - spiega - non ha firmato il decreto attuativo della legge del febbraio 2009 di ratifica del trattato fra Italia e Libia dell'agosto 2008, con la quale si stanziavano 150 milioni di euro per tre anni - 2009, 2010, 2011 - quale risarcimento ai privati per i beni confiscati quarant'anni fa. In media, circa 8.000 euro a persona». In "compenso", alla presidente dell'Airl è arrivato l'invito firmato Berlusconi per assistere domani assieme al premier e al colonnello Gheddafi alla kermesse di equitazione. «Andrò volentieri alla manifestazione, ma non vorrei - ironizza Ortu - che fosse un invito indiretto a darci all'ippica...».

dal sito Giornalismo partecipativo

Povere ragazze italiane


Nell’Italia del 2010 un’agenzia non ha difficoltà a reclutare 500 giovani italiane, rigorosamente piacenti, ben vestite e alte (dicono) almeno 170 centimetri, retribuendole 60 Euro (lordi? netti?) per presentarsi a mezzogiorno e restare disponibili per un tempo presumibile di sei-otto ore.
Il tema della disponibilità di queste ragazze, che si rendono complici del governo nell’ignorare le violazioni dei diritti umani in Libia che non possono far finta di ignorare, va al di là del ridicolo teatrino messo in piedi da Silvio Berlusconi per onorare il colonnello Gheddafi, che si deve essere divertito molto con il suo farsesco sermone sull’islam con il dettaglio della millantata conversione all’Islam di tre delle hostess reclutate e del dibattito sulla necessità di tali prestazioni per favorire le relazioni diplomatiche ed economiche Italia-Libia.
L’aspetto della disponibilità di queste 500 ragazze (quante altre si saranno candidate per essere scartate?) presumibilmente di classe media, sufficientemente raffinate ed educate da essere selezionate, che non avevano di meglio da fare tanto da essere disposte a perdere un pomeriggio domenicale per un compenso orario di 7-8 Euro (lordi?), è l’ennesimo sintomo preoccupante del declino economico ma anche sociale e culturale del paese.
Sessant’anni fa ci vollero vent’anni di fascismo e una guerra distruttiva che portò il paese alla fame per rendere migliaia di povere ragazze italiane disposte a compiacere gli “ospiti” stranieri per un pezzo di pane. Certo, non siamo per fortuna ancora al livello dei tempi della guerra, ma trent’anni di guerra della televisione commerciale contro la cultura e trent’anni di guerra neoliberale contro la dignità del lavoro non staranno facendo tornare sull’Italia i tempi di Tammurriata Nera?
Gennaro Carotenuto

Fonte:http://www.dongiorgio.it/pagine.php?id=2212

domenica 29 agosto 2010

IL NUOVO ULIVO FA SBADIGLIARE E' ORA DI ROTTAMARE I NOSTRI DIRIGENTI





Matteo Renzi (Sindaco di Firenze) Per sconfiggere Berlusconi dobbiamo liberarci di D’Alema, Veltroni, Bersani, senza distinzioni. La questione della leadership non riguarda me, ma Zingaretti, Chiamparino, Vendola


“Nuovo Ulivo? Uno sbadiglio ci seppellirà. Mandiamoli tutti a casa questi leader tristi del Pd”.

Ambizioso programma, sindaco Matteo Renzi.

“Non è mica solo una questione di ricambio generazionale. Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi”.


Rottamare i “vecchi” del Pd vuol dire automaticamente sbarazzarsi di Berlusconi?

“E’ la precondizione, il punto di partenza. Ma li vedete? Berlusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo… I nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show. Pensando: ma quando si sveglieranno dall’anestesia? Ma si rendono conto di aver perso contatto con la realtà?”.


Che cosa propone di fare?

“Lo statuto del Pd parla chiaro, anche se ovviamente è rimasto inapplicato: dopo tre mandati parlamentari, giù dalla giostra. Se davvero si va alle elezioni anticipate, anche se personalmente ci credo poco, alla prima assemblea nazionale per le candidature vado alla tribuna e lancio il seguente ordine del giorno: facciamo riscoprire il piacere della semplice militanza ai nostri parlamentari che hanno varcato la soglia delle tre legislature. E, potendo, anche a Di Pietro, un altro che da 20 anni pontifica su tutto, e abbiamo visto i risultati”.

Resta però aperto il problema: che rapporti con Fini, con Casini, con la sinistra?

“Fini? Uno che passa da Almirante e Le Pen alla Tulliani e Barbareschi, di certo non fa per me. Però, non voglio nemmeno entrarci nel gioco del piccolo chimico. Piuttosto mi fate capire, per favore, che dice il Pd sul lavoro che cambia? Sull’innovazione? Sull’ambiente? E sulle tasse? Facevo ancora la maturità e già Berlusconi e Tremonti promettevano la riduzione a due sole aliquote. Quando siamo andati al governo noi, l’unico slogan era l’agghiacciante pagare le tasse è bellissimo. Ci sarà pure una via di mezzo…”.

Cos’è, un’autocandidatura alla leadership del Pd?

“Il mestiere di sindaco di Firenze mi diverte moltissimo, e qui voglio stare. Fossi stato a sentire D’Alema, Veltroni e Bersani mai sarei entrato a Palazzo Vecchio, macinato dalle primarie. Certo, appena apro bocca è sempre la stessa musica: il solito Renzi, l’ambizioso. E che ci vuoi fare, unifico il partito, c’ho tutti contro. Ma sai che c’è? Meglio un’accusa di arroganza che un processo per diserzione. La questione della leadership non riguarda me ma il tema esiste. Eccome”.


Chi riguarda allora?

“Di nomi ne vedo parecchi. Fra la gente che viene dal territorio. Da scegliere con le primarie, ovunque”.


Chiamparino, Zingaretti, Vendola?

“Sicuramente sì. Tre nomi che, con caratteristiche diverse, sono in grado di dire e dare qualcosa di nuovo al Pd. Lontani dal balletto di agosto al quale stiamo assistendo con scambio di lettere o cartoline fra i nostri dirigenti da un quotidiano all’altro. Litigando”.


Anche lei però aveva litigato con Zingaretti, accusandolo per la mancata candidatura alle regionali nel Lazio.

“Abbiamo litigato, ci siamo chiariti davanti ad una bistecca alla fiorentina. Ma poi, chissenefrega della polemica, di qualche parola di troppo se poi in realtà sei sulla stessa lunghezza d’onda. Io penso che oggi Nicola sia fra quelli che nel Pd rappresentano le novità”.

Quarantenni e territorio: è la formula per cambiare il Pd?

“Penso sia la combinazione giusta per ascoltare e raccogliere le indicazioni del nostro popolo. Più che cambiare però io direi proprio: azzerare”.

Sembra di sentire Nanni Moretti.

“Io però faccio politica col Pd e sono impegnato nel mio ruolo di amministratore. E soprattutto quel grido di piazza Navona, “andate a casa”, allora era di un solo intellettuale. Oggi temo sia condiviso della stragrande maggioranza del popolo democratico”.

sabato 28 agosto 2010

CON QUESTI DIRIGENTI NON VINCEREMO MAI .............




Veltroni e Bersani da un paio di giorni si dilettano nell’utilizzo di quello che sembra essere diventato il principale strumento di comunicazione politica dei dirigenti Pd agli elettori: la lettera aperta ai direttori dei quotidiani.

Ha cominciato l’ex sindaco di Roma il 24 agosto sul Corriere della Sera. “Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei”, questo il titolo di una lettera che sembra più il manifesto di un personaggio esterno alla vita politica che si prepara a scendere in campo piuttosto che il punto di vista dell’ex segretario dei Ds e del Pd che da decenni partecipa ai massimi livelli della vita politica italiana. Non aggiungo una parola all’editoriale di Travaglio dal titolo “Giri di Walter”. Nulla di particolare contro Veltroni, probabilmente migliore come sindaco che come dirigente di partito, ma pensare di resettare gli errori politici degli ultimi anni con un semplice periodo di silenzio e una lettera al Corriere mi sembra veramente troppo.

L’apice però è arrivato con la pronta risposta di Bersani che stamane ha pubblicato una lettera su Repubblica. Anche qui l’incipit è un’analisi dei risultati del cosiddetto “berlusconismo”, senza alcun riferimento al fatto che il ventennio di regime arcoriano è in massima parte responsabilità della storica dirigenza del Pd, Bersani compreso. D’altra parte ciò che lascia veramente allibiti è la pervicacia con la quale l’attuale segretario democratico si ostina ad immaginare la proposta politica futura. Prima, responsabilmente, manifesta la disponibilità del Pd a sostenere un eventuale governo di transizione al fine di affrontare la riforma della legge elettorale. Poi, improvvisamente, la proposta: “un’alleanza democratica per una legislatura costituente”, “una proposta che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un’altra collocazione”. Insomma, la santa alleanza contro Berlusconi; il Pd con l’Udc di Casini e Cuffaro, con Rutelli, con Fini, con Raffaele Lombardo, chissà magari anche la Lega (significativo il riferimento ad un “federalismo concepito per unire e non per dividere”). Una coalizione nella quale, è evidente, non ci sarebbe spazio per l’Italia dei Valori e per tutte le espressioni della sinistra, a partire da Vendola. Un pot pourri elettorale che riecheggia vagamente i fasti democristiani.

Contraddittorio che dopo aver lanciato questa proposta, Bersani invochi “l’impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste”. Quali forze progressiste? L’Udc? L’Api? L’Mpa? La Lega?

Dopo anni di sconfitte su tutte le competizioni elettorali possibili e un’emorragia di voti che in altri paesi spingerebbe alle dimissioni anche i più ostinati dirigenti di partito, Bersani, D’Alema & Co. continuano a lavorare per dare sponde alle forze insane del panorama politico italiano, senza rivolgersi minimamente a quella parte di Italia che da anni si oppone a Berlusconi, quella stessa parte che da anni non trova una proposta elettorale in grado di entusiasmarla. Nessun riferimento alle primarie aperte, unico strumento che potrebbe scaldare il cuore dell’elettorato, nessun riferimento ai punti programmatici.

Mi chiedo se Bersani prima di lanciare la sua proposta si sia posto una domanda: la base del suo partito, gli iscritti al Pd, gli elettori effettivi e potenziali del centrosinistra, vogliono una coalizione che si propone come alternativa di governo costruita sull’antagonismo a Berlusconi, costruita con quelle che per 20 anni sono state le sue principali stampelle, senza che sia ipotizzabile una qualche convergenza programmatica? Ma si sa, l’idea di catturare l’elettore “moderato” è un buon alibi per consegnare a Berlusconi il paese, l’impunità e, perché no, la presidenza della Repubblica.

Sonia Alfano, Candidata INDIPENDNTE alle Europee nella lista di Italia dei Valori, eletta con 167.000 voti.

venerdì 27 agosto 2010

MONDADORI "no grazie"




Grazie a una legge “ad aziendam” varata dal Parlamento, la Mondadori potrà estinguere un antico contenzioso con il fisco pagando il 5% della somma dovuta, arrivando a risparmiare 350 milioni di euro.

L’animatore della campagna è Gianfranco Mascia, uno che se ci fossero gli oscar dell’antiberlusconismo, meriterebbe una menzione d’onore.

Il coordinatore dei comitati BO.BI, Boicotta il biscione, ha lanciato attraverso il sito www.mondadorinograzie.org una petizione online attraverso cui sarà possibile scrivere ai propri autori preferiti che lavorano con la Mondadori di non pubblicare più per la casa editrice.

Attraverso un form online sarà possibile esprimere il proprio disappunto direttamente ai vari Carlo Lucarelli, Roberto Saviano, Vittorio Zucconi e a tutta la scuderia di scrittori che, nonostante abbiano il cuore a sinistra, continuano a scrivere per l’azienda di Marina Berlusconi.

A partire da settembre la campagna dal web si sposterà nelle piazze. Il comitato ha infatti intenzione di organizzare manifestazioni e volantinaggi davanti alle librerie per sensibilizzare l’opinione pubblica a non comprare libri Mondadori.

giovedì 19 agosto 2010

Intercettazioni, cosa cambia punto per punto di Giulio Sorrentino.





Ciao Vladi, questo è il mio ultimo "lavoro" mi è costata una bella fatica, ho consultato i testi originali del ddl più altri riferimenti dalla rete. Purtroppo è molto lungo (5pag) e tecnico, ma mi sono sforzato di semplificarlo e alla fine penso che il senso si capisca. Sarei felice se lo pubblicassi sul tuo blog: la gente deve sapere. A presto, un saluto Giulio :)


Un lavoro encomiabile caro Giulio, un’ analisi tecnica precisa, forse più adatta agli addetti ai lavori che a chi si sfoga o si distrae partecipando ai forum e ai blog. Uno studio minuzioso, non facile da leggere e da comprendere ma che indubbiamente merita un posto nel nostro piccolo blog. Grazie Vladimiro.


Scrivo questo articolo in risposta ad un intervento di un caro amico sul sito pdl-sorrento, in merito al ddl intercettazioni. Tale posposta di legge, di fatto, se approvata, porterà due effetti: limiterà la possibilità di intercettare le utenze degli indagati (ed è questo l’aspetto che analizzeremo); non permetterà di raccontare le inchieste sui giornali in modo dettagliato ed esaustivo (aspetto di cui mi sono già occupato). Ora, non si discute sulla necessità di un provvedimento del genere in un momento di tale crisi economica, politica e soprattutto sociale. Sembra nota la sua inopportunità. A mio avviso, il Parlamento dovrebbe concentrarsi su altro. Tuttavia i motivi che spingono il Pdl ad approvare una norma del genere li possiamo così riassumere:
1) le intercettazioni costano troppo; 2) L’A. G. ne abusa; 3) Bisogna tutelare la privacy del cittadino.

Sarà vero che le intercettazioni costano troppo? Vediamo.
il Sole 24 ore scrive che nel 2009 la spesa è stata di 270 milioni di euro. Inoltre, si aggiunge che “le cose stanno cambiando. Ad esempio, scendono i costi delle singole operazioni:(siamo a una media poco superiore ai 1.500 euro a bersaglio contro gli oltre 3mila del 2003. Per il 2010, i circa 180 milioni di euro messi a disposizione dal ministro, incidono per il 2,4% sul budget complessivo della giustizia. E non per 50% come dice Alfano!
Se vogliamo fare il raffronto poi con tutto ciò che è stato confiscato in varie inchieste, grazie a questo formidabile strumento, la tesi del costo eccessivo non sta in piedi.

Sarà vero che sono troppe le utenze sotto controllo? B. dice addirittura 7.5 miliardi di cittadini intercettati. Ancora il giornale di CONFINDUSTRIA (Sole 24 ore), che lungi dall’essere un giornale “rosso”, smentisce: sono “120mila telefoni sotto controllo, oltre 11mila intercettazioni ambientali. In totale, nel 2009, le procure hanno spiato oltre 130mila «bersagli». Termine che, tradotto dal gergo degli inquirenti, è (quasi) sinonimo di «indagati» sottoposti a intercettazione. Il "quasi" è d'obbligo perché ciascun indagato potrebbe disporre di più di un telefonino: a conti fatti, il numero di individui dietro le utenze telefoniche controllate dalle procure è quindi più basso, verosimilmente intorno a 80mila, se si stimano tre cellulari ogni due persone.”.
Ma se ancora tutto questo non vi da l’idea dell’inutilità di questa legge, voglio far presente altri elementi interessanti.
Il Parlamento, nella scorsa legislatura, ha costituito una commissione d’inchiesta sulla qualità delle intercettazioni. Da tutto il mondo sono arrivati esperti nel settore con l’incarico di analizzare l’efficacia di questo strumento d’indagine e di confrontare la metodologia d’uso italiana con altri paesi. Il Risultato è eloquente. La commissione conclude che “ le garanzie che il nostro sistema legale assicura al cittadino non hanno l’eguale presso alcun altra democrazia occidentale. Infatti, in Italia la limitazione di diritti fondamentali come quelli tutelati dall’articolo 15 della Costituzione (definiti «inviolabili») può avvenire soltanto a seguito di previsione legislativa e di provvedimento motivato dell’autorità` giudiziaria. Naturalmente questa relazione è stata firmata anche dal Pdl. Forse l’hanno scordato.

Non dobbiamo dimenticare che questo ddl, oltre a limitare le intercettazioni, limita pure la possibilità di pubblicare gli atti di inchiesta pubblici. Cioè, gli atti sono pubblici ma non pubblicabili, o per lo meno lo sono solo i riassunti. Una cabala sulla informazione. Infatti, l’Onu avverte “la legge sulle intercettazioni mina la libertà di informazione”. Certo è, che l’Onu nemmeno mi sembra un organo bolscevica. Poi va bè, punti di vista.
Se poi tiriamo in ballo la stampa estera, tanto peggio: il “no” alla proposta è unanime. È bene precisare che nemmeno la stampa estera è in mano ai fautori del“Avanti o popolo.”
Viene a galla, così, la vera ratio legis: salvare una 15ina di persone da indagini scomode. Ovvero impedire ai magistrati di scoprire e punire i reati dei cd “colletti bianchi”.

Fatta questa sorta di preambolo quello che mi preme ora è confutare l’articolo citato precedentemente, cercando di smontarne alcune tesi, laddove è possibile, e al contempo avvallarne delle altre, laddove sia lecito..
Entriamo nel testo del ddl e cerchiamo di intendere le modifiche che apporterebbe apportare al codice di procedura penale. Ecco i punti salienti.

1) Ci saranno limiti di ammissibilità non solo per le intercettazioni telefoniche o di altre forme di comunicazione ma anche per “le immagini mediante riprese visive e l’acquisizione della documentazione del traffico(tabulati) delle conversazioni o comunicazioni”
Quindi, l’Anm (associazione nazionale magistrati) ha ragione quando afferma che «Oggi si possono effettuare, da parte della polizia giudiziaria e senza autorizzazione del magistrato, riprese visive (senza captazione dei suoni) in luoghi pubblici o aperti al pubblico.” Perché se passasse questa legge, in futuro, anche per le riprese visive in luoghi pubblici sarà necessario l’autorizzazione del collegio di magistrati. In più, ci saranno i limiti da rispettare (ex 266), che ora valgono solo per le intercettazioni telefoniche. Idem per l’acquisizione dei tabulati.

2) le intercettazioni potranno essere disposte:
- con l'autorizzazione del tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente, “che decide in composizione collegiale”.
Oggi, invece, le dispone il Gip su richiesta del PM. Per ogni utenza telefonica da sottoporre a intercettazione, per ogni tabulato telefonico, per ogni intercettazione ambientale e per ogni ripresa visiva da acquisire, il pubblico ministero dovrà trasmettere l'intero fascicolo al tribunale del capoluogo del distretto. Ne consegue: una perdita di tempo mostruosa per le indagine e un aggravio sui costi, vista la necessità di trasferire ogni volta tutti i faldoni dell’inchiesta al tribunale di capoluogo; in più, nei casi in cui si dispongono le intercettazioni oltre 75 giorni , questo via vai di carte deve essere ripetuto ogni tre giorni.
- Quando”ricorrono congiuntamente i seguenti presupposti”:
a) sussistono gravi indizi di reato.
Qui si è fatto un passo indietro rispetto al vecchio ddl che prevedeva “evidenti indizi di colpevolezza”. Infatti, il codice sembra rimanere invariato, ma vi spiego l’arcano. Nella valutazione dei gravi indizi di reato si dovranno tener conto gli articoli 192, commi 3 e 4 previsti per valutare le prove, non gli indizi . I commi 3 e 4 del detto articolo, si riferiscono alla valutazione della chiamata in correità (cioè, le dichiarazioni rese contro altri da coimputati o da imputati di reati connessi o collegati a quello per cui si procede) che costituisce fondamentale strumento di prova in un numero elevatissimo di vicende processuali, soprattutto relative a delitti di criminalità organizzata. In questi casi il giudice deve fare una serie di controlli accurati e scrupolosi, proprio perche sono prove da valutare. In primo luogo, procedere alla verifica della credibilità del dichiarante, in relazione, tra l'altro, alla sua personalità, alle sue condizioni socio-economiche e familiari, al suo passato, ai rapporti con i chiamati in correità e alla genesi remota e prossima della sua risoluzione alla confessione ed all'accusa dei coautori e complici; occorrerà, quindi, verificare l'intrinseca consistenza e le caratteristiche delle dichiarazioni del chiamante alla luce di criteri quali, precisione, coerenza, costanza, spontaneità; il giudice dovrà, infine, esaminare i c.d. riscontri esterni idonei a confermare l'attendibilità della chiamata. Grazie al ddl tutto ciò varrà anche per le chiamate in correità intercettate in fase di indagine preliminare. E scusate se è poco.
In più si dovrà tener conto anche dell’art 195, comma 7, che come quello di prima, serve per valutare le prove. Questi prevede :“non può essere utilizzata la testimonianza di chi si rifiuta o non è in grado di indicare la persona o la fonte da cui ha appreso la notizia dei fatti oggetto dell'esame”. Tutto ciò esteso anche per le intercettazioni, significa che non le si possono utilizzare, quando non si riesce a capire chi abbia fornito all’intercettato la notizia del fatto sul quale si indaga o essenziale per le indagini. Così, anche in questo, caso pur riammettendo la dicitura “gravi indizi di reato”, ci dicono che “piove ma in realtà ci pisciano in testa” come direbbe Travaglio.
b) “nei casi di intercettazione di conversazioni (..)le utenze sono intestate o effettivamente e attualmente in uso a soggetti indagati, oppure sono intestate o effettivamente e attualmente in uso a soggetti diversi che, sulla base di specifici atti di indagine, risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede e sussistono concreti elementi per ritenere che le relative conversazioni o comunicazioni siano attinenti ai medesimi fatti”;
c) anche nei casi di acquisizione dei tabulati telefonici si rispetta la lettera b;
d) anche“nei casi di intercettazioni di immagini mediante riprese visive”, vale la lettera b però rispetto non alle utenze, ma ai luoghi ripresi;
e) “le operazioni sono assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini”;
f)” il decreto che le dispone deve espressamente e analiticamente” indicare i precedenti presupposti;

3) la durata delle operazioni è prevista per “un periodo massimo di trenta giorni, anche non continuativi”. Però, il ddl dice che può essere prorogata dal tribunale fino a quindici giorni. Una ulteriore proroga delle operazioni fino a quindici giorni, può essere autorizzata qualora siano emersi nuovi elementi. Non finisce qui, perché quando, sulla base di specifici atti di indagine, emerge l'esigenza di impedire che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, il pubblico ministero può richiedere nuovamente una proroga fino a quindici giorni, anche non continuativi. In altre parole il giudice può arrivare faticosamente a far intercettare fino a 75 giorni. Dopodiché il PM può, ancora, “in casi di urgenza”, prorogare le operazioni attraverso un decreto reiterabile per “altri tre giorni”, naturalmente con l’assenso del collegio autorizzante, rinnovato allo scadere del terzo giorno.

4) le intercettazioni ambientali potranno essere disposte solo quando “vi è fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l'attività criminosa”. Cosa cambierebbe rispetto ad ora? Dunque, l’art 266 del codice di procedura penale ora vigente dice "...è consentita l’intercettazione di comunicazioni tra presenti. Tuttavia, qualora queste avvengano nei luoghi indicati dall’art. 614 c. p (violazione di domicilio), l’intercettazione è consentita solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa”. La differenza sta nel fatto che il riferimento al 614 c.p., sparirebbe. Mentre ora, soltanto in presenza della violazione di domicilio (614 c. p.), deve esserci "il fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa", in futuro dovranno esserci sempre fondati motivi "di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa". Praticamente devi sapere prima, che si sta svolgendo un reato, poi puoi mettere la cimice. E che la metti a fare? Oggi è proprio questo il merito, mettere una cimice per vedere se si scopre un reato.
Tuttavia c'è un piccolo codicillo che dice: "Tuttavia, qualora dalle indagini svolte emerga che l'intercettazione potrebbe consentire l'acquisizione di elementi fondamentali (..) e la stessa debba essere eseguita in luoghi diversi da quelli indicati dall'art. 614 del codice penale, il pubblico ministero, con decreto eventualmente reiterabile ricorrendone i presupposti, dispone le operazioni per non oltre tre giorni scondo le modalità" indicate riguardo le intercettazioni telefoniche. Tradotto: quando non devi intercettare in casa, hai tre giorni di tempo per intercettare fuori, in macchina, in un luogo pubblico. Infatti, Travaglio dice il vero quando afferma: ”Si potrà piazzare una microspia «solo se vi è fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l’attività criminosa».” Però, sono costretto smentirlo su una cosa che nemmeno nell’articolo del pdlsorrento si fa cenno (la riprova della mia imparzialità). Marco afferma che quest’ultima modifica vale anche per terrorismo e mafia. Ma il ddl è chiaro sul punto ”L'intercettazione di comunicazioni tra presenti, disposta in un procedimento relativo ai delitti di cui al presente comma (Mafia e terrorismo. ndr) è consentita anche se non vi è motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l'attività criminosa”.

5) Per quanto riguarda la ricerca dei latitanti, per il Pdl nulla cambierà. È laVerità?.
l'articolo 295, comma 3, del codice di procedura penale sarà questo:
Al fine di agevolare le ricerche del latitante, il giudice o il pubblico ministero, nei limiti e con le modalità previste dagli articoli 266 e 267, può disporre l'intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione. Non si applica il limite di durata massima delle operazioni previsto nell'articolo 267, comma 3. Si applicano ove è possibile le disposizioni degli articoli 268, 269 e 270.
è vero quindi che non ci saranno limiti temporali per la ricerca dei latitanti previsti dall’articolo 267 comma 3, ma è vero pure che anche i questo caso dovranno essere rispettati il comma 1 e 2 del 267 (mezzi di prova), cioè quelli riguardanti tutte le restrizioni sopra citate. E non mi pare poco, anzi. Così, come dice l’Anm, “anche le attività di ricerca dei latitanti di mafia subiranno un grave danno” : perché nlla proposta di legge, nulla di preciso si evince relativamente quest'ambito.

6) Veniamo all’utilizzazione dell’intercettazioni in altri procedimenti ( ex 270 ccp). Mentre ora l’ art 270 è questo: “I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza.”, in futuro cambierà così: ”I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali le intercettazioni sono state disposte, salvo che risultino indispensabili per l'accertamento dei delitti di mafia e terrorismo, nonché per l'accertamento dei delitti” di Corruzione del cittadino da parte dello straniero, Attentati contro l'integrità, l'indipendenza o l'unità dello Stato, Favoreggiamento bellico, Scambio elettorale politico-mafioso, Devastazione e saccheggio, Detenzione di materiale pornografico, Pornografia minorile, “e non siano state dichiarate inutilizzabili nel procedimento in cui sono state disposte” . Ci manca il meglio: i delitti contro la pubblica amministrazione (peculato, concussione, corruzione, ecc). Perché non ci sono? Domanda retorica.

8)C’è pure la famigerata norma D’Addario ”Chiunque effettua riprese o registrazioni di comunicazioni e conversazioni a cui partecipa, o comunque effettuate in sua presenza, é punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni se ne fa uso senza il consenso degli interessati.”
Se questo articolo oggi fosse in vigore, non avremo saputo niente delle scappatelle del premier e di tutta l’inchiesta sui festini dei potenti a base di escort e droga organizzate da Gampi Tarantini.

7) Relativamente i delitti di mafia e terrorismo APPARENTEMENTE nulla cambia. Infatti, il ddl prevede espressamente che quando le intercettazioni sono necessarie per lo svolgimento delle indagini in relazione a delitti di mafia e terrorismo, “l'autorizzazione è data se vi sono sufficienti indizi di reato. Nella valutazione dei sufficienti indizi si applica l'articolo 203”. Quindi sparisce anche quell’artifizio che ho spigato prima al punto 2, lettera a di questo post.
La durata delle operazioni però, non potrà superare i quaranta giorni, ma potrà essere prorogata dal tribunale con decreto motivato per periodi successivi di venti giorni, entro i termini di durata massima delle indagini preliminari. Nei casi di urgenza si applica il comma 2 del 267, ovvero come vigente per gli altri reati. Non è vero dunque che non c’è nessun limite temporale. E non è vero nemmeno che il d.d.l. ha inserito nell’art.267 del c.p.p. le disposizioni oggi contenute nell’art.13 del decreto legge 13 5 1991 n.152, per lo meno non al 100%. Perché il detto articolo, non contiene, appunto, nessun limite di tempo. O per meglio dire, il decreto legge non fa nessun riferimento ai termini di durata massima delle indagini preliminari.
Anche in questo caso i faldoni dell‘inchiesta dovranno fare un via vai generale tra procura limitrofa e procura di capoluogo.
Tuttavia voglio sottolineare più di tutto, sotto questo aspetto, un'altra cosa: non è vero che se questo ddl passasse la lotta alla criminalità organizzata non subirebbe colpi! Su questo punto hanno ragione Travaglio, l’Anm, Repubblica, Di Pietro e tutti quelli che osteggiano il ddl.
Vi spiego subito il perché. Il delitto di associazione mafiosa (anche di Terrorismo e simili), non è come gli altri. Per contrastarla bisogna arrivarci; e ci si arriva anche grazie a un contrasto concreto dei cd reati “fine” collegati alle infiltrazioni nel mondo economico e della pubblica amministrazione: turbativa di appalti, abuso d’ufficio, corruzione, estorsione, ecc… Tutti reati per i quali varranno le modifiche principali! In altre parole bisogna prima scoprire, il furto, l’estorsione, la corruzione, il commercio di droga ecc… poi si mette tutto insieme e si riscontra un organizzazione che pilota e trae profitto da questi illeciti, appunto l’associazione mafiosa. Però, se il PM ha di fronte a se un muro di cinta ( il ddl intercettazioni ndr) che non permette si scoprire i furti, l’estorsioni, le corruzione, il contrabbando di droga, la turbative di appalti, l’abuso d’ufficio, l’estorsioni, le truffe, i sequestri di persona, lo sfruttamento della prostituzione, le rapine, i furti in appartamento, le associazioni per delinquere, le violenze sessuali, gli scippi, gli incendi, le ricettazioni, le calunnie, i reati ambientali, i reati contro la salute e la sicurezza dei lavoratori, i reati economico finanziari, le frodi fiscali, la ricerca di latitanti ecc…come fa a scoprire l’associazione mafiosa? Sarebbe un associazione che non si occupa di niente?
Leggiamolo l’art 416- bis a titolo di chiarimento: “L’associazione e’ di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omerta’ che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attivita’ economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per se’ o per altri ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a se’ o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”. Quindi cambia TUTTO.
Caro Lupi, caro Pdl tutto, ve lo dico sinceramente: ma chi credete di prendere per i fondelli?

Alla luce di quanto riportato, io credo che le “stressanti critiche” (come le definisce il mio caro amico A. Apreda) non siano insussistenti, anzi, c’è un enorme non detto che rischia di confondere le idee a tutti. In più cerchiamo di non perdere di vista la ratio legis di questo ddl: salvare i soliti noti. Cioè quei 15/20 furbetti che hanno in mano l’Italia e che se la stanno mangiando!
Ricordate: se ci informiamo è molto più difficile fregarci.
Giulio Sorrentino